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Il parere odierno della Corte dei Conti europea relativo al budget e all’impalcatura della nuova Pac evidenzia le stesse perplessità già espresse da Confagricoltura: la complessità della prossima programmazione rischia di creare incertezza, ritardare l’erogazione dei fondi e compromettere l’obiettivo di semplificazione. Di fatto significa non raggiungere gli obiettivi stessi della politica agricola comune.
La struttura del Fondo Unico, inoltre, minaccia l’ordinata programmazione degli interventi, così come l’affidamento agli Stati membri della possibilità di finanziare la Pac mette a rischio l’omogeneità e lo spirito comune della politica agricola. Il fatto che i governi possano decidere di destinare o meno, al di fuori della “riserva agricola garantita” una consistente quota di risorse al settore primario o ad altri ambiti – sottolinea Confagricoltura – crea una conseguente potenziale disparità nella capacità competitiva delle imprese agricole nell’ambito stesso dell’Ue.
E’ invece indispensabile che si garantisca una politica agricola adeguata alle sfide a cui gli agricoltori sono chiamati. Non è un caso – aggiunge Palazzo della Valle – che anche la Corte dei Conti abbia oggi evidenziato che la maggiore flessibilità per i Paesi nella gestione delle risorse “non dovrebbe compromettere gli obiettivi comuni della Pac, ad iniziare da un reddito equo per gli agricoltori, la sicurezza alimentare e la tutela dell’ambiente”.
Confagricoltura auspica quindi che il parere odierno porti i colegislatori a riflettere su queste preoccupazioni messe in luce anche dalla Corte dei Conti europea e ad adattare la proposta della Commissione recependo i suggerimenti necessari a contrastare i rischi enunciati.

Il Regolamento (UE) n. 2025/2649 del 19 dicembre 2025 interviene in modo puntuale ma significativo sul quadro della PAC 2023-2027, modificando i regolamenti di base (UE) 2021/2115 e (UE) 2021/2116. L’obiettivo dichiarato è duplice: ridurre gli oneri amministrativi e di controllo per agricoltori e autorità pubbliche e rendere più flessibili e rapidi gli adattamenti dei Piani Strategici della PAC (PSP).
Il regolamento è entrato in vigore il 1° gennaio 2026, ma diverse disposizioni possono già essere applicate a partire dall’esercizio finanziario agricolo 2025 e negli anni successivi, consentendo agli Stati membri di anticipare i benefici delle semplificazioni.
Nel complesso, il provvedimento introduce una serie articolata di misure di semplificazione e flessibilità, che gli Stati membri possono recepire nei propri PSP.
Un primo asse di intervento riguarda la condizionalità. Viene ampliata l’esenzione dal sistema di controlli e sanzioni per i piccoli agricoltori, che non riguarda più soltanto le BCAA, ma anche i CGO. Inoltre, per determinare la soglia dei 10 ettari che qualifica un’azienda come “piccola”, gli Stati membri devono fare riferimento esclusivamente alla superficie agricola ammissibile ai pagamenti, evitando il computo di superfici non rilevanti ai fini della condizionalità. A questa misura si affianca una specifica semplificazione per la BCAA 7, che esenta da controlli e sanzioni gli agricoltori con aziende fino a 30 ettari di superficie agricola dichiarata.
Un’ulteriore semplificazione di rilievo riguarda l’agricoltura biologica. Gli agricoltori certificati bio (o in conversione) beneficiano di una presunzione di conformità a diverse BCAA (1, 3, 4, 5, 6 e 7), limitatamente alle unità biologiche, con un sensibile alleggerimento degli obblighi di verifica.
Il regolamento introduce anche una maggiore integrazione tra condizionalità ed ecoschemi, consentendo agli Stati membri di utilizzare gli impegni previsti dalla BCAA 2 e dalla BCAA 9 come base per un nuovo ecoschema, in modo da compensare economicamente gli agricoltori per il rispetto di tali obblighi.
Sul piano ambientale e della gestione del territorio, la BCAA 1 (prati permanenti) viene aggiornata introducendo una maggiore flessibilità: il periodo che determina la conversione di un seminativo in prato permanente può essere esteso da 5 a 7 anni e i terreni classificati come seminativi al 1° gennaio 2026 possono mantenere tale qualifica anche se il periodo ordinario risulta scaduto. Inoltre, la soglia massima di riduzione dei prati permanenti è fissata in una diminuzione non superiore al 10% rispetto all’anno di riferimento 2018.
Per la BCAA 9, relativa ai prati permanenti situati in aree Natura 2000, gli Stati membri possono valorizzare sistemi di controllo già esistenti, basati su analisi del rischio, e fare riferimento ai piani di gestione Natura 2000, purché coerenti con gli obiettivi della norma, riducendo così sovrapposizioni e duplicazioni.
La BCAA 4 sulle fasce tampone lungo i corsi d’acqua viene riformulata in chiave più flessibile: la larghezza minima è ridotta a 3 metri (anziché 5), sono possibili adattamenti in aree con condizioni particolari (come sistemi diffusi di drenaggio o irrigazione) e viene consentito l’uso della definizione nazionale di “corso d’acqua”, se coerente con le finalità ambientali, per evitare esclusioni irragionevoli di corsi minori.
Di grande rilievo è anche l’introduzione di un nuovo pagamento di crisi per calamità naturali, avversità atmosferiche ed eventi catastrofici. Il sostegno è subordinato a un riconoscimento formale dell’evento e al superamento di una soglia di danno pari almeno al 30% della produzione media annua. Per l’Italia, il massimale annuo potenzialmente attivabile ammonta a 149 milioni di euro.
Il regolamento rende strutturale l’aumento degli anticipi PAC, consentendo pagamenti fino al 70% per i pagamenti diretti e fino all’85% per alcuni interventi di sviluppo rurale, nel rispetto delle finestre temporali previste.
Infine, il regolamento sopprime la relazione annuale sulla verifica dell’efficacia della PAC, ritenuta eccessivamente onerosa alla luce dell’esperienza dei primi anni di attuazione. Il sistema di monitoraggio viene così riorientato, con un maggiore focus sugli output piuttosto che su una rendicontazione annuale complessa.
Il testo chiarisce inoltre che saranno adottate disposizioni transitorie per garantire che le domande di modifica dei Piani Strategici presentate dagli Stati membri siano valutate secondo le procedure vigenti al momento della presentazione, assicurando continuità giuridica e certezza amministrativa.
Nel complesso, il Regolamento (UE) 2025/2649 rappresenta un intervento di manutenzione evolutiva della PAC, volto a rendere il sistema più semplice, flessibile e reattivo, senza mettere in discussione gli obiettivi ambientali, economici e sociali della programmazione 2023-2027.

Il 10 dicembre l’assemblea nazionale della Confederazione

Le risorse proposte dalla Commissione europea per la prossima Pac? Insufficienti. La tutela del mercato europeo dalla concorrenza dei prodotti extra-Ue? Inefficace. Sono nette le parole utilizzate dal presidente di Confagricoltura e del Copa Cogeca, Massimiliano Giansanti, nell’intervista pubblicata oggi sul Sole 24 Ore.
Giansanti spiega i motivi che spingono gli agricoltori a scendere in piazza a Bruxelles il prossimo 18 dicembre per protestare contro l’impostazione che la Commissione von der Leyen ha dato alla Pac e al prossimo budget europeo.
Secondo Giansanti “serve una politica agricola comune che metta al centro i temi della produttività, della competitività e dell’innovazione. Le risorse – dice – devono essere indirizzate agli agricoltori professionali: ancora oggi in Italia il 50% delle aziende agricole che percepiscono la Pac non hanno la partita Iva. Non riesco a capire come sia possibile mettere sullo stesso piano un imprenditore professionale con uno che lo fa il sabato e la domenica. Per fare tutto questo servono poi più risorse, non certo un taglio come quello proposto dalla Commissione Ue”.
Il presidente di Confagricoltura, che mercoledì 10 dicembre terrà la sua assemblea nazionale al Teatro Argentina di Roma, sposta poi l’attenzione sulla questione della reciprocità negli accordi internazionali: “Se è vero che l’Europa è un continente orientato all’export, è altrettanto vero che oggi l’Ue non può diventare il mercato aperto a tutti, senza limitazioni”.
Giansanti evidenzia l’importanza delle filiere: “Credo nella loro centralità. Oggi il mercato ci chiede che in campo giochino i grandi campioni. Da una parte, quindi, dobbiamo lavorare per aggregare, passando dalla logica del frazionamento e del nanismo alla logica del gigante. Dall’altra parte, dobbiamo immaginare modelli che coinvolgano anche la grande distribuzione”.
Infine, un passaggio sui rapporti con l’Esecutivo. Il presidente di Confagricoltura sottolinea che le risorse messe a disposizione dal governo Meloni “saranno nella storia ricordate come risorse significative. Ma chiedere di più alle istituzioni non significa mettere in discussione l’operato. E al governo abbiamo chiesto, nella legge di Bilancio, di incrementare le risorse su Agricoltura 4.0, di tagliare il cuneo previdenziale e di razionalizzare i costi energetici.

La Confagricoltura di Asti lancia l’allarme sulla situazione economica che investe i principali comparti produttivi della provincia, con prezzi che non coprono i costi di produzione sostenuti. In particolare, lo stato di crisi riguarda i cereali, le uve e le nocciole.

Per i cereali, nell’annata 2025 la produzione è stata nella media sia per qualità che per quantità, ma il prezzo che si spunta sul mercato non pareggia l’equilibrio con i costi di produzione.

Nel dettaglio, secondo i dati aggiornati al 22/09/25 della Camera di Commercio di Alessandria-Asti, la rilevazione per il frumento tenero biscottiero è di 205 euro/tonnellata ma sotto i 250 euro/tonnellata non è economicamente redditizio produrre.

Inoltre le stime prevedono una diminuzione di prezzi come conseguenza della svalutazione del dollaro.

Analogamente, per il mais (nazionale ibrido) in queste settimane (indice della Granaria di Milano) viene rilevato un prezzo di 230 euro/tonnellata ma la stima per una redditività minima è di 260 euro/tonnellata.

Non solo cereali: a soffrire è anche il settore corilicolo. La Nocciola Tonda Gentile Trilobata ha raggiunto un prezzo sul mercato di circa 500/550 euro al quintale, che si riscontra però solamente per un prodotto di qualità elevata. Purtroppo quest’anno una buona parte di produzione presenta una resa qualitativa molto bassa: pertanto il prezzo effettivo si aggira in molti casi intorno ai 400 euro al quintale. La produzione è drasticamente diminuita, con una contrazione della raccolta superiore all’80% rispetto agli scorsi anni. Tra le cause ravvisabili, le temperature estive troppo elevate che hanno stressato le piante, un’elevata cascola, e il clima primaverile altalenante. Inoltre le piante erano già debilitate dalle condizioni avverse degli anni precedenti.

Inoltre, a vendemmia ancora in corso per alcuni, c’è molta incertezza sui prezzi e si prospetta un quadro economico presumibilmente negativo per la maggior parte delle uve del territorio, nonostante una buona produzione in termini di qualità. Le rilevazioni camerali dei prezzi non sono ancora avvenute, ma alcuni produttori riferiscono di avere conferito il prodotto senza avere definito il prezzo.

L’agricoltura astigiana non attraversa un buon momento, con le conseguenze dovute al cambiamento climatico (estati torride, siccità alternata a precipitazioni da climi tropicali) e alle continue alluvioni. Inoltre, le importazioni dall’estero incidono anche sull’economia del territorio, con gli oltre 10 milioni di quintali di grano tenero portato in Italia per l’industria dolciaria, più della metà dei quali destinati in Piemonte.

Inevitabilmente, anche il comparto agricolo astigiano risente di un contesto internazionale tutt’altro che positivo. L’ultima “tegola” arriva da Bruxelles, dove si sta discutendo sulla nuova Pac. L’agricoltura italiana ed europea si trovano oggi a un punto di svolta e le decisioni che le istituzioni della UE dovranno prendere nei prossimi mesi plasmeranno in modo decisivo il suo futuro”, afferma Mariagrazia Baravalle, direttore di Asti Agricoltura, che spiega: “La politica agricola europea vuole mettere meno risorse per le imprese, concentrate in un solo fondo e stanziate sulla base di piani non più comunitari, ma statali. Abbiamo bisogno dell’esatto opposto: semplificazione burocratica, più budget e maggiore distribuzione della catena del valore. Le aziende agricole hanno diritto a una giusta remunerazione e i consumatori a trovare sugli scaffali dei supermercati prodotti di qualità, tracciabili e ad un prezzo equo».

Aggiunge Gabriele Baldi, presidente della compagine astigiana: “Un clima impazzito, una burocrazia sempre più pesante, che sottrae tempo, risorse ed energia al lavoro nei campi, importazioni selvagge, un mercato debole e ritardi ed incertezze nei sostegni nazionali e comunitari, stanno realmente affliggendo le nostre imprese. È indispensabile che le istituzioni riconoscano il valore strategico del settore primario, intervenendo con misure concrete di semplificazione ed aiuto, altrimenti il rischio reale è quello di perdere non solo imprese e quindi parte del prodotto interno lordo del nostro paese, ma anche porzioni sempre più vaste di territorio non saranno più salvaguardate con conseguenti danni ambientali di enorme portata”.

 

 

L’attuale proposta della Pac, per come è stata impostata, non esiste più. Non è più una politica agricola comune, ma diventa una politica agricola nazionale. Più in generale la proposta è molto modesta, sia dal punto di vista del budget, sia dal punto di vista della visione”. Così Massimiliano Giansanti, presidente di Confagricoltura e del COPA, che prosegue: “L’agricoltura italiana ed europea si trovano a un punto di svolta e le decisioni che le istituzioni della UE dovranno prendere nei prossimi mesi plasmeranno in modo decisivo il nostro modello agricolo e determineranno il futuro del settore”.
Abbiamo bisogno di una politica agricola ambiziosa, che metta al centro la produttività, la competitività, e una semplificazione amministrativa necessaria e fondamentale. Sull’aspetto produttivo, in questi giorni stiamo ad esempio chiedendo un’accelerazione sul tema delle NGT (le nuove tecniche genomiche), che è fermo da troppo tempo e dimostra quanto la burocrazia amministrativa di Bruxelles talvolta soffochi il progresso, la scienza e la ricerca”.
Sessanta anni fa – spiega Giansanti – l’agricoltura e l’acciaio hanno fatto nascere l’Unione europea; sessanta anni dopo prendiamo atto che l’agricoltura, secondo la presidente della Commissione UE von der Leyen, non è più strategica, anche se nel frattempo è diventata una delle principali attività di impresa sostenuta e sovvenzionata dai singoli Stati. Per esempio, la Russia sta investendo in maniera massiccia sull’agricoltura“.
Poter garantire l’autosufficienza alimentare, non dipendere quindi dalle importazioni da altri Paesi, vuol dire investire nella produzione del settore primario. Si pensi al tema del costo del carrello della spesa: nei Paesi del Nord è un tema di discussione di portata nazionale e si sta cercando di abbassare il costo della spesa perché le persone non ce la fanno. Immaginate cosa vuol dire, sotto questo punto di vista, dipendere dalle importazioni”.
Questa proposta della Pac – conclude Giansanti – non guarda neanche al sostegno agli agricoltori e al giusto prezzo per i consumatori. Per questo è totalmente da cancellare”.