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Il direttore di Anaborapi (associazione nazionale allevatori di razza piemontese) Andrea Quaglino è intervenuto in audizione alla Commissione Agricoltura del Senato, nell’ambito dell’esame dell’affare assegnato n. 493 (Problematiche inerenti alla crisi delle filiere agricole causate dall’emergenza da Covid-19). “Gli allevamenti della razza piemontese sono allevamenti di piccola dimensione, con una media di 67 capi. È qualcosa di completamente differente dagli allevamenti industriali, sono a conduzione familiare e negli ultimi vent’anni sono riusciti a vivere momenti favorevoli. La produzione annua è di 120mila animali da macello, numeri considerevoli quindi. Il fatturato della piemontese alla stalla si aggira sui 250 mln annui, che raddoppiano al banco della macelleria per circa 600 mln annui”, ha ricordato Quaglino ai senatori della Commissione, chiarendo che “grazie all’etichettatura che ha permesso la riconoscibilità della carne e del nostro prodotto, grazie anche al miglioramento genetico che abbiamo messo in campo e a un lavoro di valorizzazione, abbiamo vissuto momenti favorevoli con remunerazioni adeguate agli sforzi fatti. Le aziende hanno così potuto fare anche degli investimenti, tra cui quelle per adeguarsi alle direttive Ue sul benessere animale e la sostenibilità”.
A partire dalla crisi del Covid parte dei canali di distribuzione hanno però fortemente contratto i ritiri; il mercato di conseguenza è crollato. Nel caso dell’allevamento bovino per ridurre l’offerta la soluzione sarebbe la macellazione ma ciò sarebbe drammatico.
Quaglino ha ricordato che “c’è stato un primo decreto ristori che ha previsto 60 euro per vitellone macellato, risorse che non sono mai arrivate alle imprese e che sono assolutamente inadeguate se pensiamo che un vitellone prima della crisi valeva 2.000 euro. C’è stato un altro intervento dalla regione Piemonte ma non sufficiente. I problemi sono gravi, a questo poi si aggiunge il costo degli alimenti del bestiame che è aumentato in questi mesi”.

L’assemblea del Senato ha approvato, con 159 voti favorevoli e 121 contrari, il disegno di legge n. 1874, di conversione, con modificazioni, del decreto-legge 19 maggio 2020, n. 34, in materia di salute, sostegno al lavoro e all’economia, nonché di politiche sociali connesse all’emergenza da Covid-19, nel testo licenziato dalla Camera.
l provvedimento prevede interventi da 55 miliardi di euro per tamponare gli effetti economici dell’emergenza coronavirus, fra i quali l’estensione alle seconde case del superbonus al 110%, gli incentivi per l’acquisto di auto Euro 6, lo slittamento di un mese dei congedi per i genitori e l’anticipo della cassa integrazione prevista per l’autunno.

Leggi il dossier del Senato:

http://www.senato.it/leg/18/BGT/Schede/Ddliter/dossier/53131_dossier.htm

Apprezziamo l’impegno del Governo per evitare l’aumento dell’IVA e per la volontà di incidere sul cuneo fiscale, così come giudichiamo positive alcune misure specifiche per il settore primario in un periodo particolarmente complesso per motivi congiunturali, ambientali e sociali”. E’ quanto ha affermato ieri il vicepresidente di Confagricoltura, Matteo Lasagna, all’audizione in Senato sulla legge di bilancio: “Gli sforzi dell’esecutivo hanno permesso di mettere in campo interventi importanti, – ha specificato – quali la proroga dell’esenzione Irpef dei redditi dominicali e agrari per i terreni di coltivatori diretti e imprenditori agricoli professionali; il sostegno alle imprese duramente colpite dalla cimice asiatica; la decontribuzione per 2 anni per i giovani che avviano un’azienda agricole, i mutui a tasso zero fino a 300mila euro a favore dell’imprenditoria femminile e il fondo di competitività delle filiere agricole per sostenere il Made in Italy agroalimentare”.
Contestualmente Confagricoltura ha chiesto che nel passaggio parlamentare del DDL Bilancio e dell’annunciato collegato agricolo ci sia lo spazio per ulteriori misure necessarie per favorire gli investimenti in innovazione tecnologica da parte delle imprese, un passo fondamentale per intervenire a favore della sostenibilità ambientale, la sicurezza sul lavoro e la crescita del settore: “Escludere l’agricoltura da questo salto di qualità – ha spiegato Lasagna – significherebbe relegarla a un ruolo secondario, affossando le capacità di traino per il Paese. Non dimentichiamoci che il settore primario nel primo trimestre 2019 è andato meglio di altri, aumentando il proprio valore aggiunto del 2,9% e dimostrandosi fondamentale per lo sviluppo economico”.
Confagricoltura, pertanto, fa leva su queste reali potenzialità per non disperdere gli sforzi compiuti. L’Organizzazione, in particolare, chiede di estendere a tutte le aziende agricole l’accesso al super e iper ammortamento per l’acquisto di beni strumentali materiali nuovi; di dare continuità al bonus verde e incentivare gli investimenti in colture arboree; di favorire l’accesso al credito e la piena affermazione del contratto di rete.
Rimangono alcuni nodi importanti da sciogliere – ha concluso Lasagna – sono quelli relativi all’aumento delle accise sul tabacco, alla sugar tax e alle imposte sul consumo dei manufatti di plastica. Norme su cui bisogna riflettere attentamente, poiché rischiano di bloccare definitivamente lo sviluppo di intere filiere, colpendo le imprese, i lavoratori e i consumatori”.

 

 

Il Senato della Repubblica (foto tratta da: www.focusjunior.it ) 

Non è più rinviabile la soluzione dei problemi legati alla gestione della fauna selvatica e dei danni che questa provoca sempre più spesso e sempre più ingenti all’agricoltura”. E’ questo il messaggio che Confagricoltura ha portato alla 9ª Commissione permanente (Agricoltura e Produzione agroalimentare) del Senato nel corso dell’audizione sul tema.
Ciò che interessa agli agricoltori – ha spiegato Confagricoltura nell’audizione parlamentare – è poter svolgere la propria attività economica. E il non intervenire su queste problematiche non fa altro che acuire il rischio di marginalizzazione delle imprese agricole e di abbandono dei territori, soprattutto montani e collinari.
Per questo è necessario riconoscere che l’impostazione dell’attuale normativa non è più adatta e non consente di intervenire efficacemente; impostata – com’è esclusivamente su una conservazione della fauna selvatica – spesso non più congeniale allo sviluppo del territorio, non solo dal punto di vista economico, ma anche da quello ambientale, della salute e della sicurezza stradale e, più in generale, dei cittadini.
Confagricoltura ha evidenziato come negli ultimi 30 anni i cinghiali siano aumentati di oltre il 400%, le popolazioni di capriolo abbiano superato il 350% e quelle di cervo oltre l’800%. Stessa cosa per i branchi di lupi e ibridi che si stanno avvicinando sempre di più ai centri abitati. Il risultato è che si è assistito, negli ultimi anni, ad una diffusione fuori misura di alcuni esemplari di fauna selvatica anche in ambienti non caratteristici e con una densità di popolazione non compatibile con gli equilibri biologici.
Occorrono, a parere di Confagricoltura, interventi immediati e risarcimenti certi e tempestivi agli agricoltori, sia per i danni diretti determinati dalla perdita di produzione, sia per quelli indiretti.
E’ necessaria, quindi, l’attuazione di adeguate politiche di contenimento, a partire da piani di prelievo selettivi che, distinti per sesso, classi ed età, potranno essere realizzati, anche al di fuori dei periodi, degli orari, dell’arco temporale e del numero di giornate fruibili, previsti dalla regolamentazione sull’esercizio dell’attività venatoria. Interventi, ad avviso di Confagricoltura, che diventano quanto mai necessari anche alla luce di recenti sentenze, come nel caso del Tribunale di Palermo che, a seguito di aggressioni di cinghiali a cittadini, hanno sottolineato la responsabilità delle amministrazioni pubbliche nel caso non siano stati adottati piani mirati di contenimento.
Per far ciò – ha proseguito Confagricoltura – occorre prevedere il monitoraggio obbligatorio su scala regionale e nazionale delle popolazioni di ungulati, di lupi e canidi con metodologie tecnicamente corrette che supportino la formulazione di piani di prelievo per tutte le specie. Su questo aspetto va ricordato che i danni causati alle aziende non sono limitati agli ungulati ed ai lupi. Anche cormorani e nutrie in alcune zone della nostra Penisola rappresentano un problema.
Per tali interventi occorrono poi risorse umane e finanziarie sufficienti. Per questo l’Organizzazione degli imprenditori agricoli ha chiesto di potenziare l’uso dei coadiutori, figure che, in possesso dei requisiti di legge, possono cooperare per il raggiungimento dell’obiettivo di riequilibrare la densità animale nel territorio.
Occorre lavorare – ha concluso Confagricoltura – sulla prevenzione dei danni, mediante utilizzo di metodologie adeguate, con assistenza agli agricoltori e sperimentazione tecnologica, creando una forte sinergia fra ricerca scientifica e gestione con applicazione rapida delle conoscenze acquisite.