E’ ripartito ieri, martedì 29 gennaio, alla Camera dei Comuni, a Londra, il dibattito sulla “Brexit” dopo il voto del 15 gennaio scorso con il quale è stato respinto a larga maggioranza l’accordo di recesso negoziato con l’UE, già approvato, a dicembre, dai capi di Stato e di governo dell’Unione.
In particolare, saranno in discussione una serie di emendamenti parlamentari che dovrebbero consentire di fare chiarezza sulle prossime iniziative da assumere nei confronti delle istituzioni di Bruxelles.
Qualsiasi soluzione è preferibile ad un’uscita del Regno Unito senza regole condivise”, ha dichiarato il presidente della Confagricoltura, Massimiliano Giansanti.
Il tempo a disposizione è ormai limitato – ha aggiunto – considerato che, allo stato degli atti, il 30 marzo il Regno Unito diventerà un paese terzo e gli scambi commerciali con gli Stati membri saranno sottoposti alle regole dell’Organizzazione mondiale del commercio (WTO)”.
L’applicazione dei dazi e il ripristino dei controlli alle frontiere avrebbero l’effetto di rallentare il normale flusso delle esportazioni destinate al mercato britannico, con effetti dirompenti per i prodotti più deperibili.
Anche in conseguenza della prevedibile svalutazione della sterlina, rischiamo di perdere in larga parte l’accesso al mercato britannico. Ecco perché abbiamo chiesto la costituzione di una task force per supportare le imprese in una fase che potrebbe essere molto complessa”, ha evidenziato il presidente di Confagricoltura.
Confagricoltura in particolare ritiene utile sollecitare il nostro governo a farsi parte attiva con la Commissione europea affinché sia previsto un budget e misure and hoc da utilizzare in modo mirato nel caso di crisi di specifici comparti colpiti dagli effetti di una “Hard Brexit”.
Nell’ambito della Brexit, il commercio di prodotti agroalimentari è tra i capitoli più delicati”, ha aggiunto Giansanti. “Nei giorni scorsi, a fronte delle crescenti preoccupazioni espresse dalla grande distribuzione, un portavoce del governo di Londra è dovuto intervenire, dichiarando che anche in caso di recesso senza regole non ci saranno problemi di approvvigionamento di prodotti alimentari. Resta il fatto che più del 30 per cento dei consumi alimentari britannici sono coperti con l’acquisto di prodotti dagli altri Stati membri dell’Unione”.
Le vendite del “Made in Italy” agroalimentare sul mercato del Regno Unito sfiorano i 3,5 miliardi di euro l’anno. Pesanti le conseguenze per ortofrutta e per i prodotti a denominazione d’origine e di qualità, che incidono per il 30 per cento sul valore totale.