Con la circolare n. 102 del 12 dicembre 2023, l’INPS ha fornito le indicazioni necessarie per l’applicazione delle “prestazioni agricole di lavoro subordinato occasionale a tempo determinato”, la nuova tipologia contrattuale introdotta – in via sperimentale, per il biennio 2023-2024 – dalla legge di bilancio 2023 (art. 1, c. 344-354, legge n. 197/2022) in sostituzione dei cd. voucher (contratto di prestazione occasionale disciplinato dall’art. 54 del decreto-legge n. 50/2017) che sono stati eliminati per il settore agricolo.
Si tratta di un documento che arriva a quasi un anno dall’entrata in vigore della norma e che contiene indicazioni utili per la corretta interpretazione ed applicazione della nuova forma contrattuale, la cui normativa di riferimento non era del tutto chiara. Resta però, purtroppo, incompiuta la piena attuazione della disciplina, dato che l’INPS rinvia ad un successivo messaggio per le ulteriori indicazioni di dettaglio relative alla modalità di esposizione dei dati retributivi e contributivi delle giornate prestate ed alle modalità di pagamento.
In sintesi, L’INPS chiarisce, in primo luogo, che le “prestazioni agricole di lavoro subordinato occasionale a tempo determinato” rientrano nel novero dei rapporti di lavoro subordinato agricolo a tempo determinato.
Ad esse si applica, per quanto compatibile, la disciplina lavoristica e previdenziale del rapporto di lavoro subordinato agricolo a tempo determinato in agricoltura. Si tratta di un passaggio questo particolarmente importante perché, sulle base delle norme che disciplinano l’istituto (contenute nella legge di bilancio 2023), esso appariva come una forma ibrida tra lavoro dipendente e occasionale.
La circolare indica poi che possono utilizzare questa forma contrattuale le imprese che operano nel settore primario, inquadrate (o inquadrabili) ai fini contributivi dall’INPS come datori di lavoro agricolo e che le “prestazioni agricole di lavoro subordinato occasionale a tempo determinato” possono riguardare solo attività di carattere “stagionale”, per non più di 45 giornate annue per singolo lavoratore.
Il compenso per il lavoratore, che deve essere corrisposto mediante bonifici o altre modalità tracciabili, è esente da qualsiasi imposizione fiscale, non incide sullo stato di disoccupazione o inoccupazione, ed è cumulabile con qualsiasi tipologia di trattamento pensionistico.

Enrico Allasia, presidente di Confagricoltura Piemonte, a margine dell’assemblea invernale della Confederazione tenutasi la scorsa settimana a Roma, ha sottolineato con la stampa come il quadro attuale del comparto agricolo sia caratterizzato da luci e ombre: alcuni settori, come ortofrutta e latte, reggono bene, altri, come la corilicoltura, invece, stanno registrando numeri negativi. È necessario investire in innovazione, ma servono più risorse. Comunità energetiche e crediti di carbonio rappresentano una grande opportunità per favorire la decarbonizzazione.

“Gli agricoltori inoltre hanno necessità di ricevere in tempi brevi risposte su alcune tematiche che influenzano l’andamento delle aziende, alle prese con le criticità causate dal cambiamento climatico e dall’attuale scenario economico. Per esempio, appare indispensabile conoscere le regole applicative per il registro pubblico dei crediti di carbonio e le opportunità legate al modello di produzione e consumo delle comunità energetiche rinnovabili.

Qual è la situazione del settore agro-alimentare piemontese in questa fase complessa che ha visto, prima la pandemia e la crisi energetica, e ora l’aumento vertiginoso del costo del denaro?

Si è appena conclusa l’annata agraria e il quadro che emerge è fatto di luci e ombre. Da un lato sicuramente le imprese agricole piemontesi hanno fatto passi da gigante in tema di transizione ecologica, ma dall’altro ci sono diverse criticità legate al cambiamento climatico e alla fase economica particolarmente complesso che stiamo vivendo. Purtroppo, abbiamo due guerre in atto, l’inflazione in crescita e grandi difficoltà nell’accesso al credito. Oltre questo ci sono poi tutti gli obblighi introdotti dalle normative europee, come la nuova Pac o il nuovo complemento per lo sviluppo rurale 2023 -2027. Naturalmente non mancano i dati positivi. L’ortofrutta tutto sommato quest’anno ha tenuto bene, registrando numeri migliori rispetto agli anni precedenti. Stesso discorso per il comparto del latte, anche se ora – dopo un periodo di fermento nel 2021 e nel 2022 – sta registrando un lieve rallentamento. Viceversa, la corilicoltura, ovvero la coltivazione delle nocciole, è invece in crisi a causa di eventi meteorologici estremi che hanno ridotto in modo rilevante le produzioni. Sulla viticoltura la situazione è invece a macchia di leopardo. Nelle zone in cui la siccità si è fatta sentire le rese sono state esigue. A volte non abbiamo raggiunto i minimi richiesti per etto in base ai disciplinari di produzione. Anche il settore della zootecnia da carne sta attraversando una fase difficile. La carne di razza piemontese, nonostante la qualità e gli sforzi della filiera, fa fatica a veder riconosciuto il costo di produzione. E’ necessario rivedere il sistema produttivo, adottando un disciplinare di alimentazione e di allevamento in grado di uniformare ancora di piu’ la qualità. Allo stesso tempo bisogna puntare sempre di piu’ sulla promozione, anche attraverso l’aiuto della Regione”.

Come state supportando le imprese?

Le dinamiche che entrano in gioco nell’attuale scenario sono complesse: da quelle climatiche a normative, fino ad arrivare a quelle economiche legate all’aumento del costo del denaro. In generale come associazione cerchiamo di valorizzare le eccellenze delle nostre imprese, prodotti che – grazie alla loro elevata qualità – rappresentano un fattore chiave di competitività. Supportiamo le imprese negli investimenti in innovazione e sostenibilità, orientandole tra i vari strumenti di finanziamento. In quest’ottica una delle sfide è quella di sfruttare al meglio le risorse che vengono ad esempio dalla Pac o dal Psr per avere filiere produttive efficienti e all’avanguardia”.

In questo contesto quale opportunità può rappresentare per il settore il Pnrr?

Il piano sicuramente è uno strumento importantissimo, perché andrà a finanziare progetti di elevata complessità, fondamentali per l’innovazione del nostro Paese. Tuttavia il focus è soprattutto su progetti di grandi dimensioni, che a volte rischiano di tagliare fuori buona parte delle nostre aziende agricole più piccole”.

Come avete accolto invece il divieto sul cibo sintetico?

Su questo tema bisogna evitare di adottare un approccio ideologico e valutare i risvolti concerti per le imprese agricole. Noi ovviamente siamo per la valorizzazione del prodotto agricolo naturale in tutte le sue accezioni e riteniamo fondamentale rimarcarne la differenza rispetto a un cibo realizzato in laboratorio. Il prodotto agricolo è infatti un cibo salubre, che si porta dietro tutta la storia del territorio, la tradizione e l’eccellenza del Made in Italy. Detto questo, non si può certo fermare la ricerca scientifica e l’innovazione, ma è fondamentale che il consumatore sia adeguatamente informato”.

La Regione Piemonte ha pubblicato il bando 2023 del Progetto integrato che sostiene gli investimenti produttivi agricoli per la competitività delle aziende agricole (Srd 01) e l’insediamento dei giovani agricoltori (Sre 01), a valere sul nuovo Sviluppo rurale 2023/2027. Qual è l’importanza di questo strumento per il settore?

“Il Piano di sviluppo rurale è un po’ la cartina di tornasole di quello che la Regione vuole fare in ambito agricolo. Questo piano, nei numeri e nella forma, conferma la stessa linea adottata da quello precedente, perché la cifra a disposizione è la stessa.

Tuttavia, le risorse risultano molto inferiori, perché oggi abbiamo uno scenario molto diverso, con un’inflazione galoppante. Ci saremmo aspettati qualcosa di più, anche perché la necessità di far fronte agli eventi meteorologici estremi ha richiesto molti investimenti alle imprese agricole.

Va ricordato che, secondo nella visione dell’Ue, il comparto agricolo ha un ruolo centrale nella tutela ambientale e della dimensione sociale.

Gli agricoltori sono “custodi dell’ambiente” e devono rispettare degli impegni precisi per quanto riguarda i servizi ecosiostemici legati alla tutela del territorio. Tuttavia, questi aspetti, che richiedono investimenti, spesso non vengono presi in considerazione quando vengono stanziate risorse per il settore”.

Un altro tema centrale quando si parla del binomio agricoltura sostenibilità è quello dei crediti di carbonio. Quale opportunità rappresentano per il settore agricolo?

“Si tratta di uno strumento importante. L’Italia ha istituito il Registro pubblico dei crediti di carbonio generati su base volontaria dal settore agroforestale nazionale, ora però è necessario che arrivino anche le regole applicative, che attualmente ancora mancano. Si tratta di un’opportunità che stiamo perdendo e che invece ci aiuterebbe molto a portare avanti il percorso di transizione ecologica”.

Dopo il via libera dell’Ue il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Pichetto Fratin ha firmato e trasmesso alla Corte dei conti il decreto per le Comunità energetiche rinnovabili (Cer). Che impatto ha il provvedimento per il mondo agricolo?

Le comunità energetiche rappresentano una grandissima opportunità per il mondo agricolo, soprattutto in quei territori interni dove un modello di produzione e consumo di energia basato sul concetto generale di comunità e di condivisione potrebbe fare realmente la differenza. Oggi gli agricoltori sono abituati a lavorare in maniera autonoma, come singola azienda. Le comunità energetiche invece pongono l’accento sulla capacità di mettere a fattor comune risorse e competenze in un contesto collaborativo. In generale, lo ribadisco, si tratta di una grande opportunità da cogliere che, in determinate aree, diventa addirittura una necessità”.

Fonte: Cuore Economico

Un accordo storico perché, per la prima volta, è stato concordato un processo di transizione verso l’abbondono dei combustili fossili che sono responsabili di oltre il 70% delle emissioni di gas ad effetto serra a livello globale. Un processo che è indispensabile per raggiungere senza incertezze e ritardi gli obiettivi già fissati nell’Accordo di Parigi”. Così il presidente di Confagricoltura Massimiliano Giansanti, commenta l’accordo raggiunto alla COP 28, a Dubai.
Di grande importanza – aggiunge – anche l’obiettivo di triplicare la produzione di energie rinnovabili entro il 2030 e la chiara indicazione di rafforzare le iniziative per lo stoccaggio al suolo del carbonio. In quest’ottica, l’agricoltura e le foreste hanno un ruolo ancora più importante da svolgere”. In Italia, ricorda Confagricoltura, viene già assorbito il 10% delle emissioni annuali totali.
Fanno parte della stessa partita sicurezza alimentare e lotta al cambiamento climatico. “Dai dibattiti svolti nel corso della COP 28 – afferma Giansanti – sono emerse alcune indicazioni di rilievo, per rendere i sistemi agroalimentari più produttivi e sostenibili. Si tratta di indicazioni che, a nostro avviso, torneranno utili durante la presidenza italiana del G7”.
Il raggiungimento dell’intesa alla COP 28 è risultato difficile. Era scontato, ma la logica multilaterale è insostituibile, anche per tener conto della diversità delle situazioni economiche”. Europa, USA, Cina e India rappresentano il 60% delle emissioni globali. Si sale al 70% con Federazione Russa e Giappone. L’incidenza della UE è inferiore al 10% e continua a diminuire con una velocità superiore a quella degli Stati Uniti.

L’ottica giusta è quella votata ieri a larga maggioranza dal Parlamento Europeo, riunito in sessione plenaria a Strasburgo: per il miele serve un’etichetta chiara e trasparente, con l’elenco dei Paesi di origine e delle percentuali che compongono le miscele. E’ questo l’ennesimo passo concreto verso la difesa degli apicoltori e dei consumatori che potranno inoltre contare su un laboratorio di referenza europea per la messa a punto di metodi analitici antifrode e su avanzati sistemi di tracciabilità secondo il modello “blockchain”.
A sancire questo delicato passaggio parlamentare il voto favorevole di ben 522 eurodeputati (solo 13 i contrari e 65 gli astenuti) provenienti da ogni gruppo politico e da ciascuno dei 27 Stati membri. L’Europarlamento approva così la propria posizione negoziale su una proposta della Commissione Europea che porterà, si prevede nel corso del 2024, alla revisione delle norme per l’etichettatura di frutta, marmellate e miele.
Un traguardo che procura motivo di soddisfazione a Confagricoltura e alla Federazione Apicoltori Italiani (FAI) che hanno seguito il dossier – fatto di complessi aspetti tecnici, che solo gli addetti ai lavori hanno potuto cogliere compiutamente – adoperandosi nel sostenere le istanze del comparto produttivo.
Ci si appresta infatti a modificare, dopo ventidue anni dalla sua emanazione, la Direttiva 2001/110 sul miele: la base giuridica, per intenderci, cui fanno riferimento i 710.825 apicoltori attivi nell’Europa a 27 Stati membri, per ogni adempimento riguardante la produzione e la commercializzazione del miele. Un passaggio che non può ancora dirsi scontato vista la previsione di classi merceologiche generiche, come “miele grezzo” e “miele vergine”: vere e proprie dizioni di fantasia, che rischiano di tradursi in grimaldelli nelle mani dei più smaliziati concorrenti del miele di produzione nazionale ed europea.

Lo scorso 5 dicembre si è tenuto al Senato un seminario sul futuro dell’agricoltura alla luce delle nuove direttive europee circa l’utilizzo dei prodotti fitosanitari, con un approfondimento specifico legato alla situazione e alle problematiche della disinfezione dei terreni agricoli di determinate colture con fumiganti del suolo a base di 1,3-Dicloropropene e Cloropicrina. Come sottolineato da Confagricoltura, l’agricoltura italiana, così come quella dei Paesi del Sud Europa, ha necessità di utilizzare prodotti fitosanitari per ora insostituibili per la produzione sana e corretta di colture tipicamente mediterranee di eccellenza.
Fumiganti del terreno, derivati da Cloropicrina e 1,3-Dicloropropene risultano indispensabili poiché, al momento, non vi sono alternative capaci di sostituirli. Colture tipicamente italiane, quali il basilico, le carote, i pomodori o le fragole, hanno la necessità di essere difese, prima di essere messe a dimora, da funghi e nematodi del terreno.
Secondo il parere di Confagricoltura, nel nostro Paese, per l’incidenza sulle produzioni nazionali e per le ripercussioni sulla bilancia commerciale, sarebbe oltremodo negativo non poter utilizzare questi prodotti e conseguentemente essere costretti ad importare da Paesi terzi le stesse derrate alimentari ottenute però senza quei criteri di osservanza della salute e dell’ambiente, che sono invece ben tenuti sotto controllo in Italia.